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Recensione “Il collocamento dei disabili nel mercato del lavoro post-emergenziale: criticità e prospettive” – Maria Giovannone

 Recensione “Il collocamento dei disabili nel mercato del lavoro post-emergenziale: criticità e prospettive” – Maria Giovannone

Recensione di: Maria Giovannone, Il collocamento dei disabili nel mercato del lavoro post-emergenziale: criticità e prospettive, Federalismi.it (7 aprile 2021)

Enrico Seta, Presidente di ANDEL


Finalmente – anche in sede scientifica – si torna a parlare si inclusione lavorativa delle persone con disabilità!

Questa è la prima considerazione in merito al saggio di Maria Giovannone. La quale, invero, oltre che di argomenti vari di diritto del lavoro e sicurezza sul lavoro si è già occupata in altre occasioni di disabilità e lavoro[1].

Questa volta, il suo contributo – in forma agile ma esaustiva – ci offre una ricognizione dello stato dell’arte del tema che sta al centro dell’azione e del programma di ANDEL.

La sola ricognizione disponibile oggi è quella offerta dal Ministero del Lavoro con le pagine introduttive della IX Relazione al Parlamento (gennaio 2021), e il relativo commento contenuto nel capitolo 12 (A. Marano e F. Di Mauro) del XXII Rapporto Mercato del Lavoro e contrattazione collettiva del CNEL.

L’Autrice, dopo un corretto inquadramento “storico” del collocamento delle persone disabili (con il passaggio dall’”assunzione obbligatoria” al “collocamento mirato”), traccia un bilancio della riforma del 1999 riconoscendo le ormai numerose “criticità” del sistema italiano e riprendendo l’espressione (ormai canonica nell’ambiente degli esperti) di Giampiero Griffo (2017): “poche luci e molte ombre[2].

Riassumiamo brevemente le principali criticità identificate da Maria Giovannone:

  • il mancato raggiungimento di un equilibrio soddisfacente fra categorie escluse ed incluse nel computo delle quote di riserva a seguito delle innovazioni normative del 2012 e a quelle del 2015;
  • la promessa non mantenuta dalla riforma dell’art. 13 della legge 68/1999 (fondo per gli incentivi alle imprese), alla luce dei dati davvero esigui del ricorso delle imprese a tale strumento (già messo in rilievo da ANDEL in numerosi interventi);
  • la soluzione mai data al problema dei cd “sottosoglia” (persone disabili che non raggiungono le soglie di invalidità previste dalla legge);
  • le perduranti incertezze in materia di modalità di avviamento al lavoro che – a leggere attentamente fra le righe del saggio in commento – è solo la punta di un iceberg che lascia intuire che dietro gli alti tassi di insuccesso vi sia un intero sistema che non riesce in alcun modo a mantenere la promessa del “collocamento mirato”, cioè dell’incontro duraturo fra domanda e offerta;
  • la “incompletezza degli strumenti rimediali”: un elegante eufemismo usato da Maria Giovannone per definire quello che a nostro parere non è altro che un intero impianto normativo nel quale agli obblighi non corrispondono sanzioni effettive. Cioè un qualcosa che non può – per definizione – funzionare;
  • l’assetto istituzionale, basato sul decentramento regionale, che determina – secondo l’Autrice – “fenomeni di duplicazione dei servizi territoriali, rendendo (infelicemente) unico il nostro sistema nel panorama comparato” e che vede ancora dei macroscopici vuoti quali il mancato raccordo e coordinamento fra le funzioni di ANPAL e INPS, il labile ruolo di coordinamento di ANPAL, la debolezza di soggetti come INAPP o la Consulta nazionale per l’integrazione in ambiente di lavoro delle persone con disabilità (per la PA);
  • tutte le irrisolte tematiche in materia di cessazione del rapporto di lavoro delle persone con disabilità (fra normativa e giurisprudenza) e dei finanziamenti (spesso non utilizzati) di interventi volti alla conservazione del posto di lavoro.

 

Una ricognizione utilissima e ricca, alla quale può forse eccepirsi solo l’insufficiente spazio riservato alla trattazione del tema delle convenzioni (art. 12 e 12 bis della l. 68/99 e art. 14 del d. lgs. 276/2003) che invece meriterebbero una trattazione ben più articolata rappresentando ormai (ma solo in alcune aree del Pese) uno dei canali principali di accesso al mercato del lavoro per le persone con disabilità.

Il saggio dedica poi una parte importante all’impatto delle norme emergenziali (si spera ormai in esaurimento), ma la cui lettura approfondita è raccomandata a coloro che vorranno dedicarsi nella fase postpandemica all’inserimento lavorativo delle persone disabili, per misurarne tutte le difficoltà.

Per il futuro, l’Autrice – oltre che aggiornarci sulle innovazioni più recenti, fra le quali l’art. 34 del d.l. 41/2021 (su cui ANDEL si è tempestivamente pronunciata) – invita a percorrere la strada indicata a suo tempo dall’Europa, di “inserire clausole specifiche in materia di disabilità nella contrattazione collettiva”[3]. In Italia c’è ancora molta strada da fare in questa direzione, con il welfare aziendale e quello che l’Autrice definisce come “il pilastro privatistico” del collocamento delle persone disabili, più flessibile e (auspicabilmente) più efficace di quello delineato dalle agenzie per il lavoro.

Poche parole a commento di questo importante e utilissimo strumento di lavoro fornitoci da Maria Giovannone: il collocamento delle persone disabili deve essere profondamente rinnovato e un soggetto come ANDEL è nato proprio per questo. Il continuo mutamento dell’organico aziendale dovuto alla variabilità dei mercati globali, la inevitabile flessibilizzazione di una serie di istituti giuslavoristici, l’enorme problema (mai affrontato con efficacia in Italia) della formazione continua per il lavoro, l’espansione dell’orizzonte del welfare aziendale e la crescente consapevolezza sociale della centralità della tematiche della disabilità sono i fattori strutturali che rendono ormai quanto mai obsoleto l’assetto con cui i poteri pubblici gestiscono una funzione così delicata e così incidente sui diritti fondamentali della persona.

Il metodo proposto da ANDEL non è quello della riforma palingenetica e “dall’alto”, ma quello della trasformazione “radicale e molecolare”.

Pressione (costruttiva e propositiva) sulle istituzioni e – contemporaneamente – azione concreta per la diffusione delle buone pratiche e per la rivitalizzazione – dal basso – della rete di competenze e di “buone volontà” diffuse, soprattutto del grande mare aperto del Terzo Settore.


[1] Ci si riferisce, senza pretesa di esaustività, almeno ai due contributi: Giovannone, M. (2019). Beneficiari, condizioni, limiti e modalità di accesso ai benefici fiscali delle prestazioni di welfare. In S.C. I. Alvino (a cura di), Il Welfare aziendale (pp. 133-164). Bologna, Il Mulino e a Giovannone, M., & Sargeant, M. (2013). From Medical to Social Model at a Slow Pace: Italian and British Approaches to Disability Compared. In Vulnerable Workers and Precarious Working (pp. 220-239). T. Fashoyin, M. Tiraboschi, M. Sargeant, M. Ori.

[2] G. Griffo, La l. 68/1999 un bilancio dopo vent’anni, In: Bruzzone S. (a cura di) Salute e persona: nella formazione, nel lavoro e nel welfare, ADAPT Labour Studies e-Book series, 68, 2017, p. 19.

[3] Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE), parere SOC/403, Bruxelles, 21 settembre 2011.

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